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Bety ammazzata da paramilitari

Impegno Sociale

Venerdì 7 Maggio 2010

Amici, amiche, famiglia,

poche settimane fa vi ho scritto per raccontarvi e condividere con voi le diverse cose che stiamo facendo qui a Buenos Aires e condividere con voi la costruzione quotidiana.

Oggi vi scrivo, a più di una settimana da una tragedia, per comunicarvi che in Messico, un gruppo di paramilitari ha ucciso la mia amica Bety. Voglio raccontarvi chi era Bety, sperando che, ora che il suo corpo sta gettando radici nella terra della Mixteca, ella possa costituire un seme di speranza non solo per quelli che l'hanno conosciuta ma anche per quelli che la ascolteranno da ora nelle molteplici forme in cui la sua parola continuerà a vivere nel mondo.

Il 27 aprile scorso, Bety, altri membri della organizzazione CACTUS (dove ho lavorato per sei mesi l'anno scorso), attivisti di altre organizzazioni della regione, giornalisti ed osservatori internazionali italiani, belgi e finlandesi, andavano in missione di pace (o carovana umanitaria, come si dice qui) verso il Municipio Autonomo San Juan Copala, nello stato di Oaxaca, Messico.

Il municipio è composto da alcune comunità indigene Triqui e si trova in un luogo remoto delle montagne Mixteche. Di fronte alla corruzione dei partiti politici in Messico che dividono l'organizzazione popolare, di fronte alla mancanza dei servizi che lo Stato dispone alle comunità indigene, di fronte all'abbandono più totale da parte della società, le comunità Triqui, come molte altre comunità indigene del paese, hanno iniziato il cammino dell'autodeterminazione e dell'autonomia. Questo implica, non aspettare più (invano) di ricevere qualcosa dall'alto, dallo Stato che in teoria dovrebbe rappresentarli, ma assumere il potere di decisione nella comunità, organizzarsi in assemblea per risolvere le necessità.

Ovviamente questo non piace al Governo non-democratico messicano che, al contrario di quanto succede in Bolivia dove lo stato conferisce autonomia alle comunità, in Messico si mette al servizio delle grandi imprese transnazionali che anelano a usufruire (per usare un eufemismo) indisturbate delle grandi ricchezze di minerali che sono rimaste intatte, non casualmente, nelle regioni abitate dalle popolazioni indigene. Quindi il Governo organizza e sostiene organizzazioni paramilitari, ovvero compra interi settori della popolazione (aggiungerei a poco costo, viste le condizioni di vita in cui si trovano) e fornisce loro armi per combattere contro i loro propri fratelli che intraprendono l'arduo cammino dell'autodeterminazione.

In questa situazione si trova il municipio di San Juan Copala: accerchiato da paramilitari che, oltre a non permettere il passaggio di viveri, medicine, persone, hanno creato un muro di disinformazione che impedisce di venire a conoscenza delle violazioni di diritti umani che si stanno verificando nelle comunità. Qualche mese fa i paramilitari hanno sparato sulla scuola elementare ammazzando tre bambini. Da quel momento è diventato impossibile entrare e uscire da San Juan Copala.


La carovana umanitaria aveva l'obiettivo di rompere il muro della disinformazione e di documentare le violazioni di diritti umani all'interno del municipio, allo stesso tempo trasportava viveri e medicinali da distribuire alla popolazione. Tuttavia, prima di raggiungere il municipio, i veicoli che componevano la carovana sono stati l'obiettivo di una raffica di proiettili di paramilitari. In quel momento hanno perso la vita Bety e Tyri Jaakkola, un finlandese osservatore dei diritti umani. Altre persone sono rimaste disperse per vari giorni nel bosco, ferite. Attualmente stanno bene e stanno denunciando i fatti e convocando azioni di solidarietà internazionale. I partecipanti della carovana condannano come responsabili dell'attacco e dell'uccisione di Bety e Tyri, l'organizzazione paramilitare UBISORT che da anni si organizza in collusione con il PRI (Partito Revolucionario Institucional), partito che è stato al potere 70 anni in Messico fino al 2000 e che nello stato di Oaxaca regna sovrano fino ad oggi.

Questi sono i fatti: ma chi era Bety Cariño?

Bety in Irlanda
http://www.youtube.com/watch?v=ei1HFCSwOY8&feature=related

Bety nell'ufficio di CACTUS
http://www.youtube.com/watch?v=yWpo4X2Hibk&feature=related

Bety di fronte all'ambasciata del Canada
http://www.youtube.com/watch?v=TWPkLcoVoaI

Bety parla da sé e sono sicura che continueranno a scoprirsi video, audio e scritti di Bety per molto tempo. Questo avviene perché il movimento sociale di Oaxaca sa qual è la forza dei mezzi di comunicazione, ha creato le sue radio libere comunitarie e registra tutto, (esiste addirittura un video dei ragazzi dispersi nel bosco dopo l'attacco.)

Per chi non sapesse bene lo spagnolo vi racconto un po' chi è Bety. Chi è Bety per me.

Bety è una donna, indigena mixteca e “lottatrice”. Lottatrice è una traduzione letterale di “luchadora”, che rende meglio l'idea rispetto ad “attivista”. La
lucha in Messico non rappresenta qualcosa di violento, bensí si parla di lucha quotidiana per la vita, lucha per andare a lavorare e portare a casa il pane, la lucha è la lotta degli umili che ogni giorno appena si svegliano iniziano a lottare per non scomparire.

Bety per me è una maestra di vita. Mi ha insegnato ad amare la
lucha degli umili, mi ha insegnato a camminare con dignità questa vita, mostrandomi che il cammino non può essere individuale, dev'essere collettivo. Bety mi ha insegnato ad avere sempre speranza, lei diceva sempre che “seminiamo i sogni e raccogliamo le speranze”. Bety mi ha insegnato a capire quale fosse la mia strada: mi diceva sempre che dovevo andare a studiare per poi tornare e depositare ciò che avrei appreso alle comunità, alle persone, ai gruppi, alle donne. Bety era un fiume di idee senza sosta, perché si era totalmente liberata dai limiti che ci impongono di pensare “sarebbe bello, ma è impossibile, questo non si può fare”. Bety credeva nella gente, nelle persone come soggetti storici, ovvero capaci di cambiare la propria storia, e così come lo credeva lo metteva in pratica. Continuava a sognare perché pensava che l'utopia è come l'orizzonte: uno fa due passi e l'orizzonte si allontana di due passi. Quindi a cosa serve l'utopia? Serve a questo, a camminare.

Bety per me è un'amica. Ci confidavamo e ridevamo insieme. Ballavamo. Bety diceva: “se non posso ballare, la tua rivoluzione non m'interessa”.

Bety per me è una compañera. Compañeros sono tutti quelli con cui si condivide quel cammino collettivo verso l'orizzonte.

Bety per me è una sorella maggiore. Vivevamo insieme nella stessa casa, con i suoi figli di 5 e 8 anni, Itandewi e Omar. Mi faceva le punture quando mi sentivo male e andavo a prendere i suoi bambini a scuola.

Bety univa le persone. Sono sicura che continuerà a farlo. Mi unisce a voi in questo momento di memoria. Bety lascia un'eredità piena di responsabilità e speranza.

Bety vive e come hanno detto durante il funerale: una donna come lei non si sotterra, si semina.

Vi invito a condividere questa mail con tutte le persone con cui pensate di camminare insieme, famiglia, amici. Perché conoscano Bety e perché le sue parole e le sue azioni non muoiano. Vi invito anche a far sentire la vostra voce contro i fatti avvenuti il 27 aprile.

Un abbraccio di speranza e di “digna rabia”, “rabbia degna”, quella rabbia costruttiva che in molti sentiamo,

Ire



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